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Eugenio Pini

Eugenio Pini


Le Diable Noir

di Riccardo Rizzante, tratto da "Passione Stoccata" (Nov-Dic 2008)

eugenio_pini_5Di una figura quale quella di Eugenio Pini trovo sia sempre decisamente difficile parlare con assoluta neutralità. Vuoi per l’imponenza schermistica che rappresentò. Vuoi per quell’alone leggendario che sempre circonda i campioni. Vuoi per quella miriade di storie al limite dell’epos, sospinto da quel libeccio livornese tanto parte del carattere del nostro, che seguirono da presso la di lui vita a cavallo di due secoli e in piena Belle Epoque.

Invero, nessuno ne dà un’immagine tanto efficace quanto Nedo Nadi, nella sua raccolta di ritratti “Con la Maschera e senza”, affermando come nessun altro schermidore abbia lasciato così tanta traccia di sé in giro per il mondo quanto Eugenio Pini, classe 1859, allievo di suo padre Giuseppe già protagonista di molti moti libertari che portarono l’unità nazionale, e degno continuatore, per non dire apogeo, di quella “scuola mista” italo francese tipica del settentrione peninsulare la quale vanta come padri spirituali e materiali Angelo Malevolti e Giuseppe Gianfaldoni e come deus ex machina cartaceo Alberto Marchionni.

Eugenio Pini in un ritratto conservato all'interno dell'Accademia Navale di Livorno

Tutti labronici, tutti figli di quel porto franco che fu Livorno tra il XVIII ed il XIX secolo; fucina di incontri, scontri e scambi. Indi per cui, humus fertilissimo alla crescita di idee e uomini affatto innovatori. Se il giovane Eugenio fin da fanciullo non esita a farsi trasportare dalle passioni, gridando “viva Venezia!” oppure “o Roma o morte!” ed esaltandosi alle notizie che giungevano relative alla campagna del ’66 fin al punto di tentare di arruolarsi, scappando di casa, con Garibaldi per la spedizione di Roma, già non trascura la scherma e cresce forte alla scuola di suo padre. Tanto da esordire quattordicenne ad un torneo in quel di Bologna, portandosi via il terzo posto, e confermarsi talento nel 1875 a Siena con un secondo posto.

Ma un carattere irruento per non dire irascibile, lo porta ad un primo duello a soli 16 anni, contro un avversario di 20. Ferito quest’ultimo, Eugenio subisce l’arresto da parte delle autorità e, forse anche allo scopo di inculcargli infine un pò di disciplina, il padre vuole il  suo arruolamento nei bersaglieri, che avviene nel 1877, non prima però di avergli fatto ottenere l’abilitazione all’insegnamento della scherma previo esame tenutosi di fronte ad una giuria di competenti (Foresto Paoli, Aristodemo Bellincioni, Borelli e Giuseppe Sanesi) riuniti dallo stesso Giuseppe Pini a Firenze (i tempi delle Scuole Magistrali di stampo centralizzato erano ancora a venire).
De facto, il suo secondo duello, alla sciabola nel caso specifico, avviene a Roma, nel 1880, con un sergente, il quale resta ferito ad una spalla.

La morte improvvisa ed inaspettata del padre nel 1881 gli fa ottenere il congedo, lui ora capofamiglia e titolare della sala di scherma labronica.  Ma le sue capacità, non solo come tiratore ma anche come maestro gli fanno ottenere altresì il posto di istruttore di scherma, nel 1883, presso l’Accademia Navale di Livorno.
Sempre Nedo Nadi, in proposito, ci da un gustosissimo esempio di quello che era Pini il Maestro, descrivendo un incontro accademico concesso da Eugenio a Nedo quando quest’ultimo era ancora un ragazzino: “Come un foxterrier alle prese con un cinghiale, attaccavo senza tregua e lasciavo lembi d’orgoglio negli arditi tentativi, ma Pini battagliava,  si impegnava, sudava, mi urlava un - bravo - e un rimprovero, mi dava un buffetto sulla maschera e mi affibbiava un cazzotto sulla schiena”.
Alla scuola livornese non si diventava forti a carezze! Fatto confermato poi anche nell’approccio che alcuni continuatori di tale gloriosa scuola non lesinarono di tenere, da Giuseppe Nadi (padre dei due famosissimi fratelli e forgiatore di talenti) all’immenso Livio Di Rosa, allievo di Beppe Nadi e plasmatore di campioni.

Proprio con l’inizio dell’età adulta di Eugenio Pini prende il via una vera e propria vita leggendaria. É una grande verità affermare come la scherma sia stata esaustivamente praticata, sviluppata, sviscerata e fin’anche esacerbata soprattutto, per non dire solamente, in due paesi: l’Italia e la Francia. La prima, madre augusta di quest’arte scientifica; la seconda, eterna inseguitrice ricolma di odio/amore per quella stessa cultura che l’aveva generata e che non era mai stata in grado di superare veramente nonostante le infauste vicissitudini peninsulari fin dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. E nonostante fiumi di inchiostro riversati in sapienti trattati, duelli più o meno occasionali tra esponenti della nobiltà o militari delle due aree geografiche, campagne belliche e disfide varie, entrambe le visioni schermistiche continuavano a professarsi l’una superiore all’altra.

Curiosamente, però, passata la tempesta napoleonica, in effetti gli scontri o, meglio dire, i confronti tra le due scuole di pensiero schermistiche erano stati radi se non nulli. E così fu per decenni. Almeno fino al fatidico 1881, momento dell’arrivo a Parigi di un personaggio assolutamente fuori dalle righe: Turillo di San Malato. Uomo per il quale persino il freddo, antipatico e saccente Camille Prévost non riuscirà a trovare migliore aggettivo che
“étonnant”. É infatti il barone siciliano che per primo entra nella tana del lupo e sfida in pubblici assalti cortesi e non qualunque maestro francese, da Pons a Merignac padre, gli capiti a tiro. É grazie a questo sanguigno isolano, moderno moschettiere, se si apre un’intera nepopea (non saprei sinceramente trovare sostantivo più calzante) di confronti e scontri tra la scherma italiana e quella francese.

Fuor di dubbio, il nome che sempre per primo viene alla mente tra quelli della prima generazione ndi protagonisti di tale epopea è soprattutto uno solo: Eugenio Pini. Senza considerare i suoi successi in patria, Pini è, ad esempio, a Parigi nel 1892 per scontrarsi con Paul Rue, premiere gaucher de France ed esecutore raffinatissimo. Rue, alto ed armonioso. Pini, basso ma con un corpo da atleta. Rue, incapace di arrestare la furia di una scherma ancora legata al terreno, alla sua applicazione pratica, che non disdegna i corpo a corpo e usa attacchi lanciati marciando, sfruttando potenza e velocità, nonché un fioretto in tutto e per tutto simulacro di un’arma e non mero attrezzo da accademia. Rue convinto esponente di una scuola che considera finesse e delicatesse come aggettivi fondamentali; propugnatore di una scherma impostata, statica e caratterizzata da un doigté elaboratissimo. Pini che prima dello scontro, tanto per passare il tempo, solleva manubri da 40 chilogrammi. Il risultato è qualcosa di fronte al quale la scherma di Francia deve fare i conti: Pini cambia guardia, posizione, alterna guardie classiche a minacciose guardie di invito. Non è importante il risultato pratico. La maggior parte di questi assalti accademici finivano sempre con un “pari e patta”, a fronte di esasperazioni nazionaliste sia nel campo francese che in quello italiano. Rue è battuto? Forse sì. Pini ha vinto? Forse no.
Ma, mutatis mutandis, tutta Parigi è ai suoi piedi. Tutte le Sale lo chiamano per accademie, assalti, discussioni. Rue che comunque chiamerà proprio Eugenio Pini per il suo assalto di congedo, il suo assaut de retraite, nel 1903.
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L'assalto fra Eugenio Pini, a destra, e Paul Rue

Inutili infatti le considerazioni di Camille Prévost nel suo libro di aneddoti e ricordi “Escrimeurs met duellistes”, ove traspira solo l’irritazione tutta francese di chi, evidentemente, non aveva digerito le lezioni ricevute dall’ancor giovane Agesilao Greco verso la fine degli anni ’80 del XIX secolo e dallo stesso Pini durante il torneo Franco-Italiano del 1895 (episodi ovviamente assenti o riportati solo parzialmente nel libro suddetto). E gli attenderà la sua tardissima vecchiaia per tediarci, proprio come i canuti tendono a fare a decenni di distanza, con lamentele piuttosto sui gen eris quali “ho sempre pensato la maggior parte dei colpi di Pini fossero portati di piatto” oppure “questi italiani non perdono i loro atteggiamenti teatrali” o altre innocue sciocchezze non surrogate da alcuna prova certa.

Resta il fatto innegabile che la diga è aperta. E alcuni conti sono stati fatti, tanto da portare a piena ebollizione quasi tutti i giornalisti d’oltralpe, divisi tra anti italiani ad ogni costo e entusiasti di questa sferzata d’umiltà infine inferta agli ingessati professeurs francesi.Fatto nel fatto, è che, per quanto Agesilao Greco e la prima falange dei maestri della “Magistrale” di Roma provino a mettersi in mostra, riuscendoci con vittorie eclatanti, non riescano però ad adombrare Eugenio Pini. Unico schermidore italiano a comparire, tra l’altro, nella raccolta parigina di foto “Felix Potin” (sorta di “album di figurine” ante litteram con campioni di vari sport, stelle dell’opera e del teatro, ecc). Pini e gli altri che, dopo la Francia, vanno a dare dimostrazione di se stessi in Inghilterra, Spagna, Nord e Sud America. E, qualora l’esito di uno scontro fosse stato dubbio, allora se ne organizzava un altro, ad esempio nel 1902 con Kirchoffer dopo i dubbi sorti durante un’accademia italo-francese a Londra.
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Pini (a sinistra) contro Kirchoffer nel 1902

Kirchoffer è giovane, ben più giovane di Pini (26 anni contro 43) e lo stesso Nedo Nadi lo considera il più forte tiratore di Francia all’epoca. Si svolgeranno 3 assalti in tre giorni. Pini se ne andrà con due vittorie ed una sconfitta, dopo assalti violenti, ardenti, tesi e lunghi; durando un totale di due ore di combattimento tra tutte e tre le riprese suddette. Di nuovo, la Pantera, le Diable Noir sfrutta tutte le sue doti: furia, muscolatura, potenza, imprevedibilità. Cambia guardia, si acquatta, balza, contro un Kirchoffer sì formidabile, ma anch’egli ancora pieno di quell’ingessatura tutta francese.
Pini giramondo instancabile, anche a Madrid lascia il suo segno, con un assalto epocale di fronte a Luciano Merignac, figlio del grande Luigi Merignac e anch’esso tremendissimo mancino, di ben 17 anni più giovane del nostro. Di nuovo la pantera labronica vince due riprese su tre e per l’ennesima volta esalta pubblico ed appassionati, tra i quali spicca la regale figura dello stesso Alfonso XIII di Borbone, re di Spagna, appassionato schermidore e grande estimatore del Pini.

Eugenio Pini non solo terribilissimo nel mondo ma anche in Italia: suo avversario ritornante, quasi nemesi, l’altrettanto se non più focoso Agesilao Greco, di 8 anni più giovane. Pini, parte degli schermitori che aprirono la strada a questa novella era di scontri transnazionali. Greco a pieno diritto primo tra quanti posero veri e propri primati in punta di spada. Due generazioni a confronto che si scornarono fin dal 1888, quando il già affermato Eugenio ed il giovanissimo Agesilao si affrontano la prima volta presso la sala del maestro Gaetano Emanuele di Villabianca; lo scontro pare sia finito 9 botte a 2 per il livornese. Risultato evidentemente indigesto al “nuovo Germanico” come ebbe ad essere soprannominato il maggiore dei fratelli Greco e che fu pietra angolare di una rivalità inestinguibile tra i due negli anni a venire. Ad armi cortesi si incontreranno nuovamente nel 1895 a Napoli in un assalto giudicato pari dalla giuria designata, tanto era il valore dei due atleti.

L’ultima sfida nel 1899 a Buenos Aires, in cui pare essere opinione comune la leggera prevalenza del più giovane Greco sul campione livornese. Seguirono polemiche, senza però fortunatamente arrivare ad un nuovo duello come quello già avvenuto tra i due anni prima di cui parleremo seduta stante. Ad esempio nel 1894 proprio con Agesilao Greco a seguito di polemiche tra i due durante la turné (estremamente vittoriosa) statunitense della scherma italiana. Scambio di alcuni colpi di pistola per poi passare alla spada. Il tutto finisce con un grido di Pini – “toccato!” ed una ferita alla mano che il tremendissimo siciliano provoca al livornese.

Oppure nel 1897 con il mai abbastanza irriso Albert Thomeguex, il quale, evidentemente per fare un po’ di cassa, con un pretesto ridicolo offende l’italiano onde portarlo sul terreno. E finire con una ferita al volto; salvandosi, per quanto dichiarato dallo stesso Pini, solo grazie ad una medaglia che il ginevrino naturalizzato francese cingeva al collo. Tanto per la cronaca, è proprio in quel periodo che il Rodomonte in salsa svizzera vide la sua già scarsa credibilità affossata dalla burla tiratagli in occasione dell’episodio del “Generale Mannaggia La Rocca” (si veda a tal proposito l’articolo relativo al duello tra il Conte di Torino ed il Principe d’Orléans).
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Il duello tra Pini e Thomeguex (di fronte)

Curioso come il già citato Camille Prévost affermi senza troppa vergogna di essere stato lui a preparare Thomeguex per il duello coi risultati di cui sopra. Di certo, il più famoso, discusso, per molti versi strabiliante, duello avverrà nel 1904 con Athos di San Malato, figlio proprio di quel Turillo che tanto di sé aveva riempito le cronache mondane un ventennio prima. Con ogni probabilità il duello che più di ogni altro rappresenta l’epoca, l’epopea schermistica a cavallo di due secoli, tra passato e futuro.
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Lo storico duello fra Pini e San Malato nel 1904

Roger Ducret osserva con malcelata nostalgia come gli schermidori di quell’epoca d’oro avessero, malgrado la criticabile tendenza a risolvere le loro anche minime divergenze con dei duelli, “une culture, une verve et une allure que pourraient leur envier nombre de nos modernes chevaliers d’industrie”. Altresì racconta come buona parte di questi duellanti/attaccabrighe abituali fossero altro che ferrailleurs, i quali attraverso la grancassa dei giornali sempre a caccia di polemiche facili con cui riempire la cronaca quotidiana, arrivavano finanche a vendere i biglietti d’ingresso al terreno ove di li a poco si sarebbero battuti! Ma anche lui non può non soffermarsi sul duello tra i due spadaccini italiani.

La querelle tra i due nasce, a quanto pare, all’indomani di un assalto in quel di Tunisi nel 1901, per il quale Pini fu dato come vincitore per dodici stoccate a due. Seguono una miriade di telegrammi e lettere tra l’acrimonioso e l’enfatico, nelle quali arrivano a mettere in dubbio il coraggio e la competenza l’uno dell’altro. Ça va sans dire, il buon Athos non era nuovo a queste uscite:  spesso, nonostante le indubbie qualità personali e l’ottima scherma da lui espressa,  usciva perdente soprattutto negli assalti accademici salvo poi polemizzare furiosamente e spesso  arrivare ad un duello vero e proprio col malcapitato gli avesse dato troppa corda.

Atteggiamento per il quale il San Malato si creò non poche antipatie nel bel mondo schermistico in più paesi, tra i quali ricordo personalmente la Francia, l’Argentina ed il suo stesso paese natale, l’Italia, espresse attraverso articoli ostili o veri e propri pamphlets ai danni del vulcanico barone trapanese (vedasi ad esempio il dissacrante “Athos di San Malato - storia di un eroe” del giornalista Roberto Giannini oppure “Mi duelo con el Baron Athos di San Malato” del fortissimo maestro argentino,  cresciuto alla scuola di Pini, Aniceto Rodriguez).

Vale la pena a questo punto aprire una breve parentesi e sviluppare un discorso un po’ più ampio riguardante una scissione teorica e pratica che proprio a quell’epoca andava acuendosi sempre più, tra fi orettisti e spadisti. Se i primi infatti rappresentano la Scherma intesa nel senso assoluto di arte non solo pratica ma anche romantica, accademica ed ideale, i secondi sviluppano la convinzione di una eccessiva cristallizzazione del fioretto vedendo in tale approccio teorico e pratico una assoluta scollatura dalla realtà e propugnando una scherma il cui unico fine, invece, doveva essere il duello (vero o simulato che fosse). Ragioni e torti vi sono in entrambe i campi. Troppo rigidi i primi nel pensare che solo la pratica del fioretto sublimasse l’intera arte delle armi. Troppo esaltati gli spadisti pensando di poter ridurre l’intero fraseggio ad una semplicità spesso esacerbata e puntando fin troppo su colpi mirati ai bersagli periferici (braccia e gambe).

Vero è che tale polemica è presente più in Francia che in Italia, ove il fioretto era considerato niente più e niente meno che la versione da allenamento della spada da duello, dalla quale, sostanzialmente, differiva solo per la lama. Ma anche nella penisola la scollatura inizia a farsi evidente proprio a fronte del novello spadismo francese, con un’arma strutturalmente nuova (coccia decisamente più grande e profonda non solo delle minimaliste guardie francesi,  ma anche di quelle italiane, grandi ma non più abbastanza). Alfieri di questa nuova visione saranno proprio Athos di San Malato ed i fratelli Agesilao ed Aurelio Greco (da notare come tutti  questi ultimi venivano in ogni caso da una solida istruzione classica, e solo in età adulta iniziarono la promulgazione di questa loro nouvelle vague).
É con questo retroterra che a mio parere vanno guardati e giudicati i comportamenti del San Malato, il quale, effettivamente, mai ebbe paura di portare sul terreno le proprie ragioni e il proprio modo di vedere la scherma; anche se effettivamente, per quanto i principi fossero nuovi e per molti versi illuminanti ed illuminati, resta innegabile l’eccesso di formalismo che lo stesso Athos aveva creato a contorno della sua visione (tanto da arrivare ad imbastire un intero sistema di regole cavalleresche ad uso e consumo della sua visione: vedasi “La partita d’onore e le sue leggi”, Napoli 1913). È proprio in questo fertile terreno polemico che si inserisce la querelle tra Pini (rappresentante di se stesso e dell’antica visione) e San Malato (propugnatore del nuovo).

Chiusa questa doverosa parentesi, il già accennato scambio polemico si sussegue per parecchio tempo, fino a culminare nel marzo del 1904. Tutto è pronto per un avvenimento da tutti atteso con estremo interesse: un duello tra due maestri d’arme italiani di primo cartello.
Impossibile resistere alla possente forza evocativa di un tale evento. Ed è l’etabilissement hippique de Neuilly-Saint-James a far da teatro a questo scontro di titani, al quale partecipano ben 200 spettatori ( !) i quali hanno potuto accedervi solo su invito espresso. La portata del duello è data anche dai nomi dei padrini dei contendenti: Adolphe Tavernier e Marcel de Alvear per Eugenio Pini; Georges Breittmayer e Georges Bureau per Athos di San Malato. Dall’Italia giunge lo stesso Carlo Guglielmo Pini, fratello minore di Eugenio ed eroe della battaglia di Adua.
Tutto è pronto per uno scontro quanto meno cruento, non solo per la rinomata abilità di entrambi, ma anche per la scelta di indossare un guanto dotato di robusto crespino e rendere impossibili così colpi all’avambraccio o alla mano e aumentando in tal modo il rischio di un esito funesto. Lo scontro si sussegue per non meno di tre ore, durante le quali, se da un lato San Malato non cessa mai di attaccare mostrando una forza ed una resistenza sorprendenti, Pini in ogni caso ribadisce la piena padronanza dell’arte sua, parando e frustrando ogni attacco, indietreggiando e parando, parando ed indietreggiando, fino ad arrivare, raggiunti i limiti del campo, ad impegnare l’avversario in un corpo a corpo ed eseguire una velocissima giravolta, invertendo improvvisamente le parti e costringendo il barone siculo a rinnovare da capo i suoi attacchi. Se San Malato, fedele alle sue idee, fa “giuoco di spada”, cercando disimpegni veloci e bersagli avanzati, Pini si tiene su un gioco classico, di robuste parate e risposte, prese di ferro, e ricerca del bersaglio principale, il tronco.

Nonostante un graffio alla radice del naso per una fuettata della lama di Athos a seguito di  una parata eseguita con troppa energia, Pini continua. Lo scontro non si fermerà che alla constatazione di una brutta escoriazione alla mano del San Malato provocatagli dall’impugnatura della sua stessa spada. Con grande gioia dei padrini, lo scontro si considera non più proseguibile se non in un giorno differente, ma, a fronte della stanchezza e del mutuo valore, i due accettano di venire a patti e si riconciliano. L’incontro sarà descritto da molti giornali ed entusiasti come epocale e pienamente dimostrativo del valore della scherma italiana. Lo stesso Athos, uomo focoso ma corretto e cavalleresco, affermerà, abbracciando Eugenio Pini: “avrei potuto dire che lei avesse paura della mia spada prima del combattimento; non posso più dirlo dopo”.

Anche grazie alle buone ambasce del medico designato per il duello, il dott. Doyen, i due maestri vanno a cena assieme. Si chiude così non solo uno scontro senza precedenti, ma in certo qual modo, anche un’epoca romantica, eccessiva, meravigliosa quale fu quell’irripetibile momento storico tra la fi ne del XIX e l’inizio del XX secolo. Fu anche una delle ultime uscite pubbliche di Pini, il quale tornò definitivamente in Argentina ai suoi affari (di questa parte della vita del nostro andremo a parlarne subitamente). A corollario di questo episodio eccezionale è sicuramente interessante riportare ciò che il medesimo Pini, di passaggio a Roma sulla via di Parigi per incontrare il San Malato ebbe a dichiarare all’amico e conterraneo Jacopo Gelli a proposito di questo duello tanto sbandierato. “Sono alla fine della mia carriera artistica e di lotta; ne vo’ a macchiarla questa fine col sangue umano!” e ancora “Ma che sangue e sangue! Parare, parare e retrocedere; poi girare, prendere all’avversario il terreno che ha guadagnato e ricominciare a retrocedere fi no a che l’altro non dica non ne posso più!”. Pini sì duellante e difensore del proprio onore, ma mai assassino a sangue freddo. La tattica che poi porterà tale e quale sul terreno era stata già pensata ed annunciata.

Incredibile come per ben tre ore questo superbo artista della scherma sia riuscito a rimanere fedele ai suoi propositi! Ma Pini solamente schermidore, gran toccatore, saltimbanco, giramondo? No, Pini anche imprenditore di se stesso. Per sete di gloria, passione schermistica, necessità di un introito. Indi per cui, pubblicista di due libri tecnici: il primo nel 1891, Lezioni collettive di spada e sciabola; il secondo prima in spagnolo nel 1902, Tratado teórico-práctico de esgrima de espada, poi in italiano nel 1904, Trattato pratico e teorico sulla scherma di spada (non contando poi svariati saggi sullo stato della scherma argentina).
Il volumetto del 1891 è di elevatissimo interesse nel proporre un corso strutturato per l’istruzione schermistica pensato appositamente per classi numerose, come spesso accadeva nei collegi militari e civili. Sono pochi gli autori impegnatisi esplicitamente su tale argomento (ricordiamo Gelli, il quale si pregia altresì di scrivere l’introduzione ad entrambe i volumi dell’amico campione) ed il lavoro del maestro livornese brilla per incredibile chiarezza e lucidità, tanto da incassare entusiastiche lettere di complimenti, tra le quali vi è chi non lesina di ricordare i già avvenuti successi di Eugenio nel mondo, tanto da donargli l’appellativo di “nostro invitto campione nel torneo di Parigi”.
Il trattato teorico invece, rappresenta la summa della scherma piniana e livornese. Una perfetta espressione di quella scuola mista che veramente prende il meglio dalle due filosofie  di approccio alle armi, di qua e di là delle Alpi. E anche il libro che svela un aspetto importante del carattere di Eugenio Pini, e forse rivela il motivo più profondo per il quale la lama labronica accettò di trasferirsi in Argentina nel 1897 (finalmente eccoci alla spiegazione perché la parola “Argentina” sia apparsa più volte sinora): è lui stesso infatti ad affermare come “…per la graziosa assistenza dei dottori Pellegrini, Uriburn, Alvear y Beazley e del generale Lavalle vidi realizzato il mio desiderio di essere preposto alla direzione di una scuola magistrale dell’arte mia, nell’intento di creare maestri con i criteri tecnici da me per tanto tempo coltivati, dopo quattro anni di dubbi e di nuovo esame, vinsi la ritrosia che mi dominava, e mi determinai a passare il Rubicone, pubblicando questo manuale pratico…”.
È storia nota come Eugenio Pini si fosse stabilmente trasferito a Buenos Aires fin, appunto, dal 1897, colà invitato e per fondare la locale Scuola militare di Scherma e per prendere le redini  del prestigiosissimo Jockey Club, il club sportivo più alla moda delle americhe e la più bella  sala di scherma che lo stesso Pini avesse mai visto, come lui stesso dichiarò durante la sua prima visita, almeno secondo quanto Carlos Pellegrini, uno dei fondatori del club e più volte Presidente della stessa repubblica sudamericana ricorda: “…quando Pini vide la sala - noi da parte nostra già gli avevamo accennato la possibilità di restare a Buenos Aires - mi disse ‘rimango’. ‘È la più bella sala d’arme ch’io abbia mai visto, e non ne conosco poche’. E rimase”.

Pini quindi stabilitosi in Argentina, ove farà la sua fortuna. Ma il suo era inseguire ricchezza o altro? Come ho già detto, le sue stesse parole, all’introduzione del suo trattato, sono a mio parere illuminanti. Egli desiderava ardentemente creare un’istituzione schermistica facente uso del suo sistema. Desiderio irrealizzabile nell’Italia dell’ormai ufficializzata Scuola Magistrale di Roma.
Desiderio irrealizzabile in un’Italia che in parte tradiva la sua stessa vocazione poliedrica cercando di imporre un “metodo uffi ciale” dietro il quale ogni schermidore italiano potesse riconoscersi, quello di Masaniello Parise. La storia poi dimostrerà quanto tale tentativo sarà non tanto fallimentare quanto velleitario; ma, per la generazione dei Pini, dei Barbasetti, dei Conte, dei Masiello, le porte erano quasi tutte chiuse ormai, tranne quelle dell’estero: Inghilterra, Austria, Germania, Francia e Sud America, ad esempio.

Sogni o meno, questo non impediva in ogni caso a Le Diable Noir di godere di un’ottima rendita: 20.000 pesos all’anno come direttore della Scuola Militare di Buenos Aires, senza contare i numerosi allievi del Jockey Club. Altra grande caratteristica dell’epoca: volgarmente si potrebbe dire che allora gli schermidori migliori sono ciò che i calciatori rappresentano oggidì. Con mille scuse alla memoria di quei galantuomini per un paragone tanto rozzo e in parte infelice. Pini, oramai emigré di lusso, non tornerà più in Italia, se non per sporadiche visite o accademie, morendo a Buenos Aires nel 1939, ove è sepolto, ancora ricordato e ancora considerato gloria de la esgrima
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