
I livornesi si distinguono per l’espressione di tratti caratteriali unici e contrastanti, generati probabilmente da quel senso di accettazione della precarietà e da quello spirito alla competizione, necessari per sopravvivere in un luogo dove il passaggio dall’altare alla polvere poteva avvenire in un breve lasso di tempo, dove la vita era regolata dalla volubilità dei traffici mercantili e dall’umore del mare, dove il rispetto delle regole e delle convenzioni sociali era spesso un impedimento, dove popolo e borghesi condividevano le stesse banchine e le stesse bettole e dove il coraggio e la sfrontatezza erano strumenti di lavoro quotidiano.
In tal senso la storia dei mitici “risiatori”, in ricordo dei quali si tiene ogni anno l’omonima coppa remiera, è quanto meno illuminante. I “risiatori” erano scaricatori di porto, uomini che condividevano la stessa sorte e lo stesso lavoro, spesso amici o conoscenti che, ogni giorno, si sfidavano a bordo di piccoli gozzi per raggiungere le navi in entrata nel porto e quindi assicurarsi il diritto di poterle scaricare. Con qualunque mare, in qualsiasi condizione, davano vita ad una vera e propria gara remiera senza esclusioni di colpi, senza regole e senza paura, in palio c’era la sopravvivenza e chi arrivava primo prendeva tutta la posta.
Coraggioso, altruista, irriverente, anarchico, polemico, con un grande senso dell’ironia e della competizione, questo è il carattere livornese, un modo di essere che molto spesso rispecchia la personalità tipica dello schermitore, perfettamente affine con una disciplina sportiva crudele e affascinante come la scherma, nella quale si vince e si perde per una stoccata e dove non esistono appelli fino alla gara successiva.









